LA REGIONALIZZAZIONE
DELLA PREVIDENZA
Il Sindacato Padano, anche in prospettiva dei cambiamenti che l’approvazione
della riforma della “devolution” può originare,
ritiene che sia indispensabile arrivare alla regionalizzazione della
previdenza. Questa convinzione discende dall’analisi del bilancio
previdenziale dello Stato italiano fatta su base regionale, dalla
quale emergono dati la cui interpretazione non lascia dubbi. Come
è intuitivo, infatti, esiste una correlazione tra i saldi
dei bilanci regionali e la tipologia di prestazioni erogate. E’
evidente che le regioni con le migliori situazioni contabili hanno
più prestazioni previdenziali, che sono coperte da contribuzioni
vere, mentre quelle che presentano bassi rapporti di copertura hanno
poche prestazioni previdenziali e molte assistenziali che per loro
natura non sono coperte da contribuzioni. Occorre tenere presente
che nell’ambito della categoria vecchiaia vanno distinte,
le “pensioni e gli assegni sociali”, a fronte dei quali
non vi è versamento di contributi, che devono quindi essere
classificate, insieme alle pensioni di invalidità civile,
come prestazioni assistenziali.
Analisi regionale
Nel 2001 l’Inps ha erogato circa 16,6 milioni di prestazioni,
di cui il 47,6% è assorbito dalla categoria vecchiaia, il
16% dalle pensioni di invalidità Inps (pari a 2,6 milioni),
il 14% dalle prestazioni tipicamente assistenziali (pari a 2,3 milioni)
e infine il 23% è assorbito dalle pensioni di reversibilità
(pari a 3,9 milioni). All’interno della categoria vecchiaia:
- il 30% è costituito dalle pensioni di vecchiaia che si
percepiscono con 65 anni di età (60 se donne) e ammontano
a 5 milioni;
- il 15% dalle pensioni di anzianità (pari a 2,6 milioni)
che però si riducono al 7,5% se si considerano quelle percepite
da soggetti con età inferiore a quella di vecchiaia
- il 3% dai trattamenti anticipati di pensione (pari a 0,4 milioni).
La distribuzione territoriale delle prestazioni erogate varia al
variare della tipologia considerata: le regioni del Nord sono caratterizzate
da una prevalenza di prestazioni di natura strettamente previdenziale,
mentre per le regioni del Centro e del Sud si fa sempre più
forte l’incidenza delle prestazioni di natura assistenziale.
Infatti mentre per le “pensioni di vecchiaia”, che sono
coperte da meno di 22 anni di contribuzione (ne bastavano 15 fino
al 1993 mentre oggi ne occorrono 20) le differenze tra le macroaree
non sono enormi (delle quasi 5 milioni di pensioni di vecchiaia,
2.8 milioni si collocano nel Nord, 1 milione nel Centro e 1.2 milioni
nel Sud) e rapportate alla popolazioni sono pari a 1 prestazione
ogni 10 abitanti al nord contro 11,3 e 16,8 di centro e sud, degli
oltre 2.5 milioni di pensioni di anzianità, 1.7 milioni si
collocano al Nord, 400.000 nel Centro e 400.000 nel Sud; in questo
caso i rapporti con la popolazione presentano differenziali più
marcati: 1 pensione ogni 14,5 abitanti al nord contro 25,8 e addirittura
55,4 al centro e al sud.
Per le altre funzioni emergono invece realtà ben diverse:
per le “invalidità Inps” delle 2.6 milioni pensioni,
800.000 vengono erogate nelle regioni del Nord, 600.000 nel Centro
e 1.2 milioni nel Sud; in rapporto alla popolazione abbiamo 1 prestazione
per ogni 31,4 abitanti al nord, 19,2 e 17,2 rispettivamente al centro
e al sud; infine per le prestazioni assistenziali su 2.3 milioni,
800.000 si collocano al Nord, 450 mila al Centro e 1 milione e 50mila
al Sud.
Nel dettaglio la Lombardia, il Piemonte, il Veneto e il Trentino
Alto Adige hanno il maggior numero di pensioni di vecchiaia (mediamente
il 34% del totale delle prestazioni erogate) e delle pensioni di
anzianità (mediamente il 22%), ma al contempo presentano
le più basse percentuali di pensioni di invalidità
Inps e di prestazioni assistenziali (in media pari rispettivamente
al 9,5% e al 7,9% del totale); invece la Calabria, la Campania,
la Basilicata e la Sicilia sono le regioni caratterizzate da un
lato dalle più basse percentuali di pensioni di vecchiaia
(mediamente il 25% del totale delle prestazioni erogate) e di anzianità
(mediamente il 6%), e dall’altro dalle più alte percentuali
di pensioni di invalidità Inps (mediamente il 6%) e di prestazioni
assistenziali (mediamente il 20%).
Le regioni del Nord assorbono il 50% del totale delle prestazioni
erogate dall’Inps, mentre le regioni del Centro assorbono
il 20% e quelle del Sud il 30%; ma nell’ambito delle diverse
tipologie varia notevolmente la composizione percentuale delle tre
ripartizioni territoriali: se le regioni del Nord assorbono il 55,6%
delle pensioni di vecchiaia e addirittura il 69% di quelle di anzianità,
(prestazioni coperte da contributi), quelle del Sud assorbono il
46% delle invalidità Inps e il 45% di quelle assistenziali.
Passando ai dati regionali, la Lombardia (con il 25,7% di pensioni
sul totale nazionale) stabilisce il primato delle pensioni di anzianità,
seguita da Piemonte (12,8%), Emilia Romagna (11,5%) e Veneto (10,6%);
agli antipodi Molise (0,3%), Basilicata (0,4%), Calabria (0,8%)
e infine Abruzzi e Umbria (1,6%).
Sempre la Lombardia (con il 18,9% di pensioni sul totale nazionale)
stabilisce il primato delle pensioni di vecchiaia, seguita da Emilia
Romagna (10,2%), Piemonte (9,4%) e Veneto (8,9%); all’estremo
opposto Molise (0,5%), Basilicata (0,9%), Sardegna (1,6%) e Umbria
(1,7%).
Per le pensioni di invalidità Inps, si collocano ai primi
posti della graduatoria la Campania (11,0%), la Sicilia (10,5%),
il Lazio (8,6%) e la Puglia (7,8%); agli ultimi posti la Valle d’Aosta
(0,3%), il Trentino Alto Adige (1,1%) e il Molise (1,3%).
Infine, per le pensioni assistenziali prime in classifica la Sicilia
(12,6%) e la Campania (12,1%); ultime invece la Basilicata (1,2%)
e Friuli Venezia Giulia e Toscana (2,0%).
Che al Sud ci siano maggiori prestazioni assistenziali è
comprensibile poiché al sud c’è più sommerso
e meno aziende di medio grandi dimensioni che non accettano lavoratori
in “nero” e quindi ci sono meno pensioni di anzianità
per cui si tende in tutti i modi a beneficiare di prestazioni assistenziali
se, raggiunta la vecchiaia, non si sono maturati i minimi requisiti
richiesti (le pensioni sociali) oppure se sono stati raggiunti i
minimi si accede alle integrazioni al minimo; spesso durante l’attività
lavorativa si cerca l’invalidità Inps e se non si lavora
si tenta la strada dell’invalidità civile.
Come pure è comprensibile che ci siano meno pensioni in pagamento
proprio per i motivi citati. Tuttavia il nostro sistema prevede
altre modalità di intervento che consentono di ottenere anno
per anno una prestazione a fronte di poche giornate lavorate e che
tra l’altro, grazie alle contribuzioni figurative, permettono
di accedere dopo 15/20 anni alla pensione di vecchiaia più
o meno integrata o maggiorata: si tratta delle cosiddette prestazioni
temporanee.
Regionalizzando le cosiddette prestazioni temporanee erogate dall’Inps,
ovvero di quell’insieme di prestazioni a sostegno del reddito
quali gli assegni per la disoccupazione, i trattamenti di cassa
integrazione, i sussidi di disoccupazione per i lavoratori impiegati
in progetti di lavoro socialmente utili (LSU) e le indennità
di mobilità. Si scopre così che nel Paese si pagano
ben 1.5 milioni di prestazioni di sostegno al reddito di cui quasi
un milione al sud (circa il 64%); le regioni che ogni anno beneficiano
dei maggiori sussidi nel comparto agricolo sono la Puglia con 145mila
lavoratori, seguita da Sicilia 136 mila e Calabria, 108 mila. Se
si considera la cassa integrazione si scopre che regioni con una
scarsa presenza industriale come la Puglia hanno 6.000 cassintegrati
rispetto ai 2.500 della Lombardia; ma quel che più deve far
riflettere è l’elevato numero di sussidi complessivi
di Puglia (225.000), Sicilia (250.000) e così via.
Rapportando queste prestazioni alla popolazione residente nelle
varie regioni è dunque evidente la maggiore concentrazione
delle prestazioni temporanee nelle regioni del Sud che raggiungono
circa 4,6 prestazioni erogate per 100 residenti, contro 1,7 prestazioni
erogate nelle regioni del Centro e 1,4 prestazioni erogate nelle
regioni del Nord.
Sommando le prestazioni temporanee a quelle classiche erogate dall’Inps,
si riduce il “gap” esistente tra le diverse zone territoriali:
al Nord dunque si erogano, tra pensioni e prestazioni temporanee
34 prestazioni per 100 residenti, al Centro 31 prestazioni e al
Sud 29 prestazioni.
Ciò dimostra che anche dove sembra che si eroghino meno prestazioni
previdenziali, lo Stato interviene concedendo prestazioni di carattere
strettamente assistenziale o temporanee ma anche per un numero di
anni illimitato; si pensi alle 5 o alle 51 o alle 78 giornate che
bastano ogni anno per avere la prestazione di disoccupazione anche
per 20 anni di seguito.
In questa nuova “ottica” Emilia Romagna e Umbria avrebbero
quasi 40 prestazioni ogni 100 abitanti (una cifra folle se si considera
che ci sono bambini, studenti, persone che dispongono di redditi
elevati e lavoratori attivi !), seguite da Marche e Piemonte con
oltre 37; le regioni del sud raggiungono valori prossimi a 30.
La correlazione
Da quanto finora affermato, è evidente che la composizione
delle tipologie di prestazioni si diversifica notevolmente tra le
tre zone territoriali evidenziando differenti realtà socio-economiche:
in particolare nel Nord, caratterizzato evidentemente da una realtà
lavorativa più matura, si riscontra una forte incidenza di
prestazioni previdenziali, a fronte delle quali sono stati versati
contributi, a svantaggio di quelle assistenziali caratteristiche
di realtà lavorative perturbate da fenomeni quali la discontinuità
o il lavoro sommerso, indubbiamente più frequenti nelle zone
del Centro e del Sud dove, a riprova, si riscontra una maggiore
concentrazione di prestazioni assistenziali.
Per giunta il divario esistente tra le regioni del Nord, che usufruiscono
di trattamenti previdenziali “guadagnati” nell’arco
della vita lavorativa, e quelle del Sud, che evidentemente non riescono
a raggiungere i requisiti necessari per le forme pensionistiche
di natura strettamente previdenziale, è abbondantemente colmato
dall’intervento dello Stato attraverso l’erogazione
di forme pensionistiche tipicamente assistenziali o con altre forme
di sussidi quali le prestazioni temporanee a sostegno del reddito.
L’analisi effettuata dimostra quindi una correlazione diretta
tra la tipologia delle prestazioni in pagamento ed i saldi regionalizzati;
infatti le regioni con i maggiori disavanzi sono quelle dove maggiore
è il peso delle prestazioni assistenziali che non sono coperte
da contribuzione.
Viceversa le regioni con attivi o disavanzi più modesti presentano
un peso maggiore delle pensioni di anzianità e vecchiaia
che sono finanziate con contributi.
Saldi regionalizzati e indicatori demografici
A rigor di logica, ci si aspetterebbe che i saldi tra entrate contributive
e uscite per prestazioni siano strettamente correlati alla struttura
demografica regionale; infatti una regione caratterizzata da una
forte presenza di popolazione in età attiva e da una minore
presenza di popolazione ultra 65enne, dovrebbe quanto meno presentare
disavanzi di modesta entità.
Dal confronto emerge il paradosso che le regioni del Sud, nonostante
siano caratterizzate da una maggiore potenzialità di forza
lavoro attiva, e quindi di contribuenti per il sistema pensionistico,
sono in realtà quelle che presentano i maggiori disavanzi
tra entrate ed uscite; la correlazione è invece diretta per
le regioni del Centro e del Nord dove i disavanzi si giustificano
facilmente con la massiccia presenza di popolazione anziana, quindi
un numero consistente di percettori di trattamenti pensionistici,
e con la carenza di popolazione in età attiva, quindi un
modesto numero di potenziali contribuenti.
Eclatante è il caso della Campania che, con un indice di
vecchiaia pari al 72,9% contro una media nazionale del 127,1% e
un indice di dipendenza strutturale degli anziani pari al 20,7%
contro una media nazionale del 27,1%, risulta essere la regione
più giovane pur presentando uno dei peggiori saldi a livello
nazionale (-4.883 milioni di €) superando abbondantemente la
Liguria che, con un indice di vecchiaia pari al 238,4% e un indice
di dipendenza strutturale degli anziani pari al 38,7%, risulta in
assoluto la regione con maggiore presenza di anziani e quindi con
minori potenzialità contributive. Non differenti i casi della
Puglia, della Calabria e della Sicilia.
Un simile fenomeno denuncia evidentemente un’anomalia nei
mercati del lavoro delle citate regioni, ragionevolmente spiegabile,
almeno in parte, dal dilagare del fenomeno del lavoro sommerso.
A tal proposito, la stima effettuata dall’Istat del suddetto
fenomeno conferma quanto appena affermato: la Calabria, con un indice
di irregolarità pari al 29,2%, la Campania (24,7%), la Sicilia
(23,6%) e la Puglia (20,0%), risultano infatti essere le regioni
in cui è maggiore la percentuale di unità irregolari.
LA PROPOSTA DEL SINDACATO PADANO
La proposta del Sindacato Padano: separazione e regionalizzazione
della Previdenza e dell'Assistenza:
Innanzitutto occorre avere sempre ben presente che il Nord è
ancora oggi una terra ricca e altamente produttiva, una Regione
che sarebbe certamente autosufficiente ai fabbisogni previdenziali
dei suoi cittadini se non dovesse fare fronte alle inefficienze
del centralismo statale e agli sprechi derivanti dalla miriade di
rivoli in cui i nostri contributi finiscono sotto forma di assistenza
più o meno legittima.
Occorre quindi prima di tutto non solo la separazione della previdenza
dall'assistenza secondo lo schema di un Progetto di Legge già
da tempo redatto dal Sin. Pa. ma soprattutto la regionalizzazione
delle gestioni separate unitamente all'introduzione di un secondo
pilastro di previdenza che ponga in perfetta concorrenza il pubblico
ed il privato. Obiettivo quest’ultimo raggiungibile attraverso
una revisione della recente Riforma della Previdenza Complementare
di cui tratteremo compiutamente nella parte del convegno dedicata.
La bontà del progetto di regionalizzare la previdenza separandola
dall’assistenza non potrà che portare ad una doverosa
assunzione di responsabilità da parte degli Enti e delle
Amministrazioni che gestiscono questi fondi.
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