Libro Bianco sul Welfare
Premessa..
Il testo presentato al ministero del lavoro il 2 febbraio
2003 affronta finalmente il problema della riforma del sistema di
servizi socio-assistenziali vigente nel nostro paese.
Il modello che abbiamo alle spalle è basato sulla standardizzazione
dei servizi e delle prestazioni, uguali su tutto il territorio nazionale
in ragione della presunta uguaglianza delle persone.
Inoltre la difformità legislativa che segna l'attuale situazione
è proprio dovuta alla verticalizzazione delle prestazioni basate
sulla denominazione dei bisogni, man mano che sono sorti fenomeni
sociali nuovi: a metà anni sessanta la deistituzionalizzazione
degli handicap fisici e psichici; a cavallo tra gli anni sessanta
e settanta le tossicodipendenze, nei primi anni '80 l'aumento degli
anziani dovuti anche ai prepensionamenti, a fine anni '80 il problema
dei carcerati e del loro reinserimento, a fine anni '90 la questione
degli emarginati gravi e dei malati psichiatrici; sono stati affrontati
con legislazioni ad hoc, di "emergenza" e, in mancanza di
qualsiasi coordinamento delle politiche sociali sia a livello centrale
che territoriale.
La stessa cosa che è avvenuta con il Mercato del Lavoro sino
al "Libro Bianco" presentato e discusso nel 2002.
Ogni volta che affiorava un fenomeno nuovo dovuto alle trasformazioni
dei modelli d'innovazione di prodotto e di mercato si attuavano leggi
particolari anziché mettere mano a riforme organiche.
Concordiamo quindi sul fatto che questo Libro Bianco è il secondo
passo da realizzare per attuare politiche sociali moderne, come affermato
in prefazione.
Superamento dell'egualitarismo non significa frammentazione o ingiustizia.
In realtà le persone non sono uguali pure se hanno diritto
ad essere trattate con pari dignità in relazione alle condizioni
concrete in cui si trovano anche da un punto di vista geografico.
La sfida dei prossimi anni è proprio quella di costruire un
insieme di diritti minimi e sostanziali che tuteli la pari dignità
agendo sulla sostanziale diversità delle persone. Il
quadro legislativo
E' quindi necessario individuare un'impostazione unitaria
per superare la frammentazione legislativa e la diversificazione
delle prestazioni che domina l'attuale modello.
Occorrerebbe dotarsi di uno strumento che verifichi l'attuale utilizzo
delle risorse socio-assistenziali tenendo conto dei diversi canali
d'erogazione:
1. Ministeri del Lavoro, della Sanità, dell'Istruzione, ecc.
spesso su materie comuni (tossicodipendenza, emarginazione, dispersione
scolastica, ecc.)
2. Comuni e Province e Regioni, con particolare riferimento alla
formazione degli operatori ed al finanziamento di progetti innovativi,
sovente su problemi Comuni;
3. Aziende Sanitarie locali per la parte Assistenziale da loro gestita
Questo monitoraggio non è stato mai fatto, tuttavia sarebbe
utile pensarlo quantomeno per avere un'idea chiara dell'entità
delle risorse economiche attualmente utilizzate e verificare il
rapporto, almeno in via teorica "risorse-risultati". Un
monitoraggio simile occorrerebbe farlo per gli operatori dipendenti
e volontari che oggi lavorano nel settore.
Proponiamo quindi che si istituisca una commissione ristretta ed
operativa, interministeriale, che conduca in breve tempo, grazie
alla collaborazione degli enti interessati e coinvolti tale monitoraggio.
Il libro Bianco sul Welfare
Per quanto riguarda l'impostazione generale del Libro Bianco
concordiamo sulla necessità di individuare come terreno comune
la ricostruzione di reti di comunità com'è affermato
nella parte conclusiva sul "diritto ai servizi universali mediante
una nuova solidarietà" (pag. 34, 4.2.2.)
Infatti, nessuna politica sociale è in grado di attuare percorsi
d'inclusione se manca attorno alla persona, in stato di bisogno,
una rete di relazioni stabili, efficaci e quotidiane di supporto
e stimolo.
Proprio in questo quadro di prospettiva la famiglia oltre che luogo
di relazioni affettive, erogazione di servizi al proprio interno
e in rapporto con altre Istituzioni (Scuola, Asl, Trasporti, Regione,
comune, ecc.) è anche luogo d'assunzione d'impegni e responsabilità
reciproche, visibili e regolamentate da leggi, quindi socialmente
rilevanti e verificabili.
E poiché biologicamente, psichicamente ed emotivamente l'essere
umano necessita di circa 18 anni, se maschio, e di circa 17 anni,
se femmina, per raggiungere la maturità e l'autonomia; la
famiglia, strutturata e stabile oltrechè regolamentata, è
insostituibile e non surrogabile con visioni e impostazioni parziali
o riduttive.
Concordiamo quindi sulla necessità di ridefinire un sistema
di servizi socio-assistenziali che poggi l'intervento istituzionale,
centrale e locale, sulle fondamenta della famiglia e si ponga l'obiettivo
di ricostruire attorno a lei una rete d'interventi pubblici, del
volontariato, dell'impresa sociale che consentano di attuare solide
politiche d'inclusione sociale.
Il ruolo della donna in famiglia, nell'attuale quadro
socio-Assistenziale
Le frammentazioni legislative soprarichiamate, la verticalizzazione
delle risposte ai bisogni e la mancanza di reti territoriali di
supporto, coordinate dai servizi di riferimento, fa sì che
la cura e l'accompagnamento delle persone con ridotte capacità
(anziani, handicappati fisici e psichici, ecc) pesi prevalentemente
sulle donne, spesso lavoratrici, costringendole alla rinuncia di
percorsi professionali possibili o addirittura al lavoro stesso
per periodi medi e sovente definitivi.
Si pongono, a nostro avviso, due ordini di problemi:
- In primo luogo vi è la necessità di rendere effettivamente
fruibili i permessi contrattuali, i periodi d'attesa non retribuiti
anche per i lavoratori maschi. E' questo un problema culturale
che deve essere affrontato per limitare le forme esplicite e implicite
di disincentivazione alla fruizione che spesso i datori di lavoro
attuano verso i loro dipendenti maschili.
- In secondo luogo quando la donna e l'uomo siano costretti a
rinunciare al lavoro per accudire persone gravemente disabili
sarebbe da prendere in considerazione una rivalutazione dell'assegno
d'accompagnamento diversa rispetto a quello ordinario.
In generale riteniamo che si debba attuare una rete di supporto
che non costringa la donna lavoratrice o l'uomo a rinunciare al
lavoro, in questo senso il piano di sviluppo degli Asili nido Aziendali
va sicuramente su questa strada come da tempo indichiamo.
L'Agenda Sociale e il metodo di lavoro
Ci sembra efficace il metodo proposto d'attuazione delle
diverse proposte d'azione e coinvolgimento in stretto raccordo con
Regioni, Province e Comuni (pag. 29, 3.1.3. "la programmazione
partecipata" e 3.2. "la governance futura") e il
percorso d'omogeneizzazione europeo.
Il processo di Top Down e di Bottom Up (pag.31) descritto, dovrebbe
definire ai diversi tavoli tecnici la presenza del Terzo Settore,
in forme a modalità da definire proprio per la funzione di
gestione diretta di servizi che sta assumendo nel nostro paese.
Importante è la costruzione di un Agenda Sociale proposta
ci sembra condivisibile in particolare per l’impostazione
su "aree d'intervento":
- L'ingresso nella vita e nel mondo del lavoro;
- Il diritto ai servizi universali mediante una nuova solidarietà;
- L'inclusione sociale;
- L'autonomia psico-fisica;
- La coesione sociale delle comunità;
- Misure di carattere orizzontale;
per la scansione per:
- Obiettivi;
- Soggetti interessati;
- Attori coinvolti;
- Priorità dell’intervento;
- Riferimenti internazionali;
- Altre politiche implicate;
- Azioni in atto o a breve;
Consente ad ogni soggetto sociale per quanto di sua competenza
di partecipare e verificare questo percorso.
Rispetto agli "Attori coinvolti" vogliamo affermare le
potenzialità del Terzo settore.
Ci riferiamo alle Imprese Sociali di tipo B e di tipo A, regolamentate
dalla Legge del '91 che attualmente occupano circa 600 mila persone
in Italia, delle quali il 60% lavora in Lombardia (com’è
ricordato nel Libro Bianco), che possono aumentare notevolmente.
Il trasferimento della gestione diretta dei servizi, dallo Stato
al settore privato (Profit e No-Profit), mantenendo: regia, coordinamento
e controllo saldamente nelle mani di Regioni e Comuni; è
un processo difficilmente reversibile. Lo statalismo ha esaurito
le sue potenzialità di garanzia ai cittadini gia dalla fine
degli anni ottanta.
Crediamo tuttavia che si debba privilegiare l'Impresa Sociale per
le sue caratteristiche peculiari.
Il Terzo Settore o settore No-Profit, per legge, deve coniugare
efficacia e qualità nell'erogazione dei servizi, con investimenti
occupazionali che garantiscano la presenza di persone provenienti
dal disagio conclamato e regolamentato, attraverso un modello nel
quale l’efficienza collochi al centro l'obiettivo dell'integrazione
delle persone disabili.
Investire quindi nello sviluppo del No-Profit oltre all'aumento
occupazionale dei cosiddetti normodotati migliorerebbe il numero
degli occupati con inabilità o "altreabilità".
Dividere la gestione previdenziale da quella Assistenziale
E' evidente che l'attuazione di questo percorso non può
non mettere mano all'attuale distorsione per cui la maggior parte
delle risorse finanziarie assistenziali sono utilizzate per prestazioni
economiche di tipo pensionistico.
Anche in questo senso la necessaria divisione tra assistenza e previdenza
deve essere gradualmente costruita distinguendo in prospettiva l'erogazione
economica di tipo assistenziale (per palese incapacità a
partecipare a percorsi d'inserimento lavorativo) da quella di tipo
previdenziale.
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