<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%> SIN.PA.
 
 

COMPETITIVITA’ DELLE NOSTRE IMPRESE E FENOMENI DI CONCORRENZA SLEALE

Il quadro delle problematiche:

- La globalizzazione del mercato ha portato alla creazione di una rete di intrecci tra le diverse aree economiche del globo terrestre, in particolare tra l’U.E. e i paesi poveri e le aeree economiche indipendenti dalle materie prime e relativamente indipendenti come la Cina che, grazie a meccanismi di concorrenza sleale, è il vero killer delle aziende padane e italiane. Questo sta accadendo anche grazie alla mancanza di iniziativa dell’Unione Europea che poco o nulla ha fatto per difendere le imprese. E’ estremamente preoccupante vedere questa scarsa attenzione sul problema. Se a causa della concorrenza sleale le aziende sono costrette a chiudere, i lavoratori rimangono a casa e, conseguentemente, è non solo l’Italia ma l’Europa tutta ad impoverirsi. Estremamente miope è inoltre l’opinione di chi definisce la Cina una risorsa; sono dichiarazioni fatte, probabilmente, pensando esclusivamente ai propri interessi ma sicuramente non è un’opportunità per le nostre piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto economico del paese e che si trovano ora in enorme difficoltà. Nel 2001 la Cina ha fatto il suo ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (W.T.O.); questo significa che, progressivamente, dovranno essere eliminate tutte le barriere doganali nei riguardi dei prodotti provenienti dalle economie nazionali che aderiscono all’Organizzazione e viceversa. Nei prossimi undici anni avverrà questa graduale evoluzione dei rapporti commerciali e ciò rende indispensabile per i paesi europei, in particolare per l’Italia, attrezzarsi per non subire una prevedibile e massiccia entrata di prodotti di bassa qualità e l’esodo di molte piccole – medie aziende, con produzioni e tecnologie di rilievo, verso quel mercato. Dobbiamo, infatti, considerare che non è possibile entrare in competizione con i costi di un mercato che ha regole così diverse sul piano:
- dei diritti dei lavoratori e della loro dignità: contratti collettivi, vincoli ai licenziamenti, costo del lavoro (13 € / ora in Europa, 0,45 € in Cina), divieto di lavoro minorile, lavoro coatto, limiti d’orario
- della protezione dell’ambiente, della salute e della sicurezza sul lavoro (legge 626)
- dell’utilizzo e della qualità dei materiali a tutela sia dei lavoratori che li manipolano, sia dei consumatori e degli utenti finali
- dei diritti umani e civili
- Le assurdità del mercato globalizzato: si pensi ad esempio alla contraddizione esistente fra la distruzione di enormi quote di latte (per mantenerne alto il prezzo nei paesi U.E.) e la contemporanea importazione di prodotti di bassa qualità a prezzi stracciati che soffocano, in particolare, le piccole e medie aziende europee ed italiane. Sarebbe molto più logico e socialmente corretto se il latte in sovrappiù fosse parzialmente remunerato ai produttori (per coprire i costi sostenuti) e regalato ai paesi più poveri evitando così di trasformare così gli aiuti in debiti, peraltro insostenibili, da parte delle economie di quei paesi.
- l’Italia non si è data finora una forte identità nei settori produttivi in cui avrebbe una vocazione naturale:
- non è divenuta una grande produttrice agroindustriale, settore dove avrebbe potuto valorizzare i prodotti del Sud mentre si è preferito devastarlo con assurdi insediamenti industriali;
- non ha saputo sostenere e qualificare il turismo, valorizzando risorse e ricchezze che questo paese possiede specialmente nel Centro - Sud ed in generale sulle sue coste, che non dovrebbero servire solo come ingresso per immigrati clandestini;
- non ha sviluppato la ricerca favorendo la “fuga di cervelli” verso altri paesi; è dell’inizio di quest’anno la notizia che un ricercatore italiano, dopo avere trovato un rimedio per la SARS negli anni passati, ha finito di approntare un farmaco contro l’influenza aviaria che sarà testato sull’uomo entro breve tempo;
- non ha approfittato della crisi energetica dei primi anni ’70 per qualificare e consolidare il nostro apparato energetico.
- la contraffazione: i comparti legati al sistema moda, come le calzature, e la gioielleria, oltre che della agguerrita competizione internazionale, risentono fortemente anche dei fenomeni di contraffazione
- la direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi. Una direttiva molto pericolosa che mira ad affermare la libera concorrenza e la privatizzazione di tutte le attività di servizio pubblico comprese quelle che si collegano ai diritti di cittadinanza quali l’istruzione, la sanità, l’assistenza sociale. Permettendo l’applicazione dei diritti e delle regole validi nel Paese in cui ha sede legale l’impresa che si aggiudica l’appalto della gestione del servizio, che possono essere di gran lunga peggiorativi rispetto a quelli conquistati dai lavoratori italiani ed europei con decenni di lotte, la direttiva Bolkestein assesterebbe un colpo definitivo al sistema dei diritti, della contrattazione ed in definitiva ai modelli sociali che ancora resistono nei Paesi europei più avanzati. E’ stato proprio il Sin.Pa. a lanciare il sasso nello stagno del dibattito sindacale cui hanno fatto seguito le prese di posizioni, pur tardive, della triplice sindacale. Speriamo che tutti si rendano conto delle pesanti conseguenze che rischia di avere sui lavoratori che operano nel settore dei servizi e che si arrivi ad una presa di coscienza collettiva della pericolosità di questa direttiva. che va contrastata con ogni mezzo.

I dati:
- il 2004 ha visto una crescita del P.I.L. (Prodotto Interno Lordo) pari all’1,2%, sicuramente positivo se confrontato agli anni precedenti e comunque indicatore di un cambio di tendenza; purtroppo, come è ben visibile nella tab. n° 2, il confronto con altri paesi indica che il nostro sistema è ancora chiaramente in affanno. Si pensi al 9,5% della Cina, al 7,3% dell’India, al 7,1% della Russia, se il raffronto è fatto con i paesi cosiddetti emergenti, ma anche nei confronti di economie più simili rispetto alla nostra: 4,4 % degli U.S.A., 3,1% del Regno Unito, 2,5% della Francia, 1,6% della Germania. La locomotiva Italia è ancora in affanno anche perché non tutte le sue “caldaie”, come al solito, tirano allo stesso modo; scomponendo in macro aree, il Centro - Nord realizza l’1,4 di aumento del P.I.L. mentre il Sud si attesta ad un aumento dello 0,8% (quasi la metà). Dunque, nonostante il trend abbia finalmente un segno positivo, la fase negativa non può dirsi superata.
- il numero delle imprese è in aumento: solamente analizzando i primi sei mesi del 2005 il saldo positivo è di oltre 70.000 imprese, su un totale di oltre 5.000.000.
Crescono le imprese terziarie (commercio, attività informatiche, servizi immobiliari, trasporti, alberghi e ristoranti) con una velocità di diffusione nettamente superiore a quelle industriali dove aumentano comunque nei settori delle costruzioni, e della produzione e distribuzione di energia.
Diminuisce leggermente il numero delle imprese manifatturiere (tab. n° 3).
Il tessuto imprenditoriale del paese si conferma basato sulla piccola dimensione; la micro-impresa risulta protagonista in assoluto sia nell’industria e servizi (94,9%) che nell’industria in senso stretto (82,5%), nelle costruzioni (94,8%) e nei servizi (97,1%). Includendo le imprese fino a 19 addetti si arriva al 98,2% del totale delle imprese appartenenti alle prime due classi (industria e servizi ed industria in senso stretto). Restringendo comunque il campo alle imprese fino a 9 addetti la percentuale rimane comunque del 48%. (tab. n° 4).
- dal 2000 al 2004 la percentuale sia degli occupati sia del valore aggiunto dei comparti manifatturieri tradizionali si è ridotta di circa un punto a favore di una crescita del peso delle attività edili e del terziario.
- contemporaneamente il valore complessivo delle esportazioni di prodotti manifatturieri è aumentato del 6,3 %, decisamente inferiore rispetto al + 36 % del quinquennio 1995-2000.
- negli ultimi 15 anni la diminuzione delle aziende del comparto manifatturiero è stimata nell’ordine dello 0,4 % ed è collocata soprattutto tra le strutture di medie e grandi dimensioni, infatti la perdita occupazionale nel settore è stata del 6 %. Nel dettaglio osservando i dati riportati nella tabella n° 1 possiamo osservare che:
- ad oggi tengono o sono addirittura in crescita le produzioni alimentari e delle bevande, farmaceutiche e cosmetiche, gomma e materie plastiche, prodotti in metallo;
- nonostante la competizione internazionale crei notevoli problemi danno ancora buoni risultati i settori dei componenti in legno, dell’editoria e della stampa, dei prodotti in ceramica per edilizia e della produzione di mobili. In questi casi aumenta il valore aggiunto e l’occupazione ma sono in flessione le esportazioni;
- la meccanica, l’impiantistica e l’elettromedicale, che da sempre rappresentano i pilastri del manifatturiero italiano, rivelano invece una riduzione consistente del valore aggiunto ma sono ancora in grado di assorbire nuova occupazione e migliorare la posizione sui mercati esteri;
- le industrie tessili e dell’abbigliamento, quelle delle calzature, i prodotti chimici di base, le fibre sintetiche, la metallurgia, l’elettromeccanica, l’industria dei mezzi di trasporto, la produzione di gioielli sono invece in notevole difficoltà;

Soluzioni:
E’ evidente che non è facile proporre soluzioni per una realtà economico-produttiva decisamente particolare quale quella italiana, difficile da gestire e anche da capire perché basata su una miriade di imprese di piccole dimensioni, di poche medie aziende e di pochissime realtà produttive capaci di lavorare in rete unendo attività manifatturiere tradizionali con funzioni terziarie di livello avanzato (ricerca, sviluppo, logistica). Occorre comunque muoversi con decisione su più linee d’intervento:
- lotta serrata alla contraffazione ed ai prodotti non in regola con le norme UE. Su questa strada qualcosa è già stato fatto ma occorre investire maggiori risorse umane ed economiche, intensificare i controlli, colpire sia l’offerta sia la domanda di questi prodotti che oltre ad essere deleteri per l’economia italiana, spesso sono pericolosi per la sicurezza e la salute degli utenti
- Occorre invogliare le aziende a rimanere in Italia e non premiare chi porta all’estero la produzione ed i posti di lavoro. Questo può essere fatto attraverso l’introduzione, da parte dello Stato e delle Regioni, di agevolazioni fiscali e amministrative, oltre che procedure burocratiche semplificate, per chi crea occupazione e mantiene le proprie produzioni sul territorio rinunciando a delocalizzare le proprie attività nei paesi cosiddetti emergenti. Bisogna differenziare questi comportamenti virtuosi da chi badando solo al profitto immediato non tiene in alcuna considerazione la distruzione dei posti di lavoro, e il futuro della nostra terra e dei nostri figli.
- Proprio in considerazione delle difficoltà per le nostre imprese a competere nel mercato globale e per contrastare la conseguente tendenza alla delocalizzazione industriale, proponiamo inoltre di introdurre la priorità nell’accesso al credito e ai finanziamenti regionali alle imprese che mantengono la loro produzione e i loro livelli occupazionali.
- Occorre che i Governi regionali e nazionale si impegnino per la tutela del sistema economico locale, per quanto riguarda la difesa del “Made in Italy”, facendosi promotori di azioni europee di contrasto alle politiche aggressive dei paesi asiatici. E’ necessario introdurre dazi doganali, da parte europea, nei riguardi di alcune economie, come quella cinese, che stanno devastando il tessuto produttivo diffuso, come quello italiano, anche per l’assenza di un politica di difesa del nostro sistema industriale e produttivo accompagnata dagli opportuni investimenti nella ricerca. Nonostante quanto è affermato da più parti già oggi esiste un meccanismo, approvato dall’Unione Europea (il TPSSM, Transitional Product Specific Safeguard Mechanism), che consente di adottare misure di difesa a salvaguardia di specifici settori. Le misure adottabili sono:
- introduzione di dazi di tutela
- quote
- restrizioni volontarie delle esportazioni
- restrizioni delle importazioni attraverso criteri di difesa nella qualità dei prodotti importati
- restrizioni delle importazioni in relazione alla non equivalenza di costi e diritti dei lavoratori
Queste misure sono adottabili quando i prodotti importati sono in quantità talmente elevate da turbare il mercato ma devono essere gli Stati membri a chiedere l’attivazione della procedura.
- sul versante delle esportazioni occorre considerare che la Cina sarà un immenso mercato per i prodotti dei paesi europei. In particolare per un’economia come quella italiana che subisce da anni la concorrenza cinese, senza regole, con ricadute negative nei più disparati settori, dal tessile alla ceramica, dal cuoio all’elettronica, occorre trovare il punto di equilibrio tra le opportunità che offrirà l’apertura del suo mercato e i danni che sta facendo al tessuto delle piccole imprese e all’economia italiana in generale.



 

- Atti congressuali
- Comunicati Stampa
- La nostra posizione su...
- Le proposte del SIN.PA.
- Il Libro Bianco
- Devoluzione e contrattazione regionale
- La regionalizzazione della previdenza
- Effetti della regionalizzazione della sanità
- La previdenza complementare
- La competitività delle nostre imprese
e fenomeni di concorrenza sleale
- La legge Biagi e il diritto del lavoro